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Nel nome della violenza. Il Cavallo a dondolo

Roberto era al centro commerciale con sua moglie in un sabato pomeriggio che sembrava infinito. Lei guardava vetrine di scarpe, lui camminava trascinando i piedi con un caffè ormai freddo in mano e lo sguardo perso tra saldi, passeggini e bambini che correvano ovunque. «Cinque minuti e andiamo», aveva detto lei quaranta minuti prima. Quando finalmente uscirono verso il lungomare, Roberto respirò come uno che fosse appena scappato da una riunione durata troppo. L’aria di mare gli entrò nei polmoni. Si fermò a guardare il via vai della piazza… e rimase immobile. Davanti all’area giochi per bambini, circondato da risate e telefoni puntati come fosse una celebrità locale, c’era Calogero. Sessantacinque anni, un metro e settanta scarso, pelle chiara, capelli bianchi pettinati all’indietro con precisione quasi teatrale. Addosso una camicia sbottonata troppo in basso, pantaloni di lino beige e scarpe lucide da matrimonio. Era seduto sopra un cavallo a dondolo elettrico per bambini. Un cavallo...

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