Un sorriso inatteso. Terza parte ( Un uomo per bene)
Giovanna era in cucina, con la radio accesa a volume basso e il cellulare appoggiato sul tavolo, quando sentì aprirsi la porta di casa. Alzò lo sguardo quasi distrattamente… e poi lo vide.
Antonio entrò insieme a suo padre Maurizio. Moro, occhi castani intensi, spalle larghe e quel sorriso naturale che sembra comparire senza sforzo. Aveva ventotto anni e un’aria tranquilla che metteva a suo agio. Giovanna sentì il cuore accelerare, come se qualcuno avesse improvvisamente cambiato ritmo alla sua giornata.
Era lì per sistemare il computer nella sua stanza. Una cosa semplice, niente di speciale. Eppure, per Giovanna, lo diventò subito. Di solito, quando arrivavano persone nuove, lei trovava sempre una scusa per sparire. Quella volta no. Restò. Si sedette accanto a lui, fingendo disinteresse, ma osservando ogni suo movimento.
Maurizio notò lo sguardo curioso della figlia e sorrise tra sé, senza darci troppo peso. Giovanna, invece, era completamente presa. Seguiva Antonio in ogni gesto, ascoltava ogni parola che scambiava con lei, con sua madre Angelica, con suo fratello Andrea. Cercava di attirare la sua attenzione in modo spontaneo: cambiava musica alla radio, canticchiava, si muoveva a tempo, ballando come se fosse sola nella stanza.
Antonio cercava di concentrarsi sul computer, ma non poteva fare a meno di sorridere. Era un po’ imbarazzato, sì, ma anche stranamente a suo agio. Quelle attenzioni lo facevano sentire bene. Giovanna aveva un’energia leggera, contagiosa, una voce che gli restava in testa anche mentre cercava di risolvere i problemi del pc.
Quando il lavoro fu finito, arrivò il momento dei saluti. Antonio provò una sensazione strana, come se non volesse davvero andarsene. Stringendo la mano di Giovanna, evitò il suo sguardo, non per mancanza di coraggio, ma perché temeva di lasciar trasparire troppo.
Uscì da quella casa con un piccolo sorriso sulle labbra e una certezza silenziosa nel cuore: quell’incontro, nato per caso, non sarebbe stato facile da dimenticare.
Antonio guidava con una mano sul volante e l’altra appoggiata distrattamente al finestrino abbassato. Il traffico scorreva lento, ma nella sua testa tutto andava veloce. Continuava a rivedere il sorriso di Giovanna, i suoi movimenti leggeri, il modo in cui la sua voce riempiva la stanza senza essere invadente.
Non se lo spiegava. Doveva essere un lavoro come tanti, una semplice riparazione. E invece qualcosa era rimasto con lui. Forse era stata la naturalezza di lei, o quel modo spontaneo di cercare attenzione senza sembrare forzata. O forse era stato lo sguardo che aveva evitato al momento dei saluti, temendo di perdersi dentro.
Arrivato a casa, Antonio appoggiò le chiavi sul mobile dell’ingresso e si lasciò cadere sul divano. Il silenzio gli sembrò improvvisamente troppo grande. Pensò a Giovanna: alla musica che aveva messo, ai piccoli passi di danza, alla leggerezza con cui si muoveva come se il mondo non potesse ferirla.
Si chiese quanti anni avesse davvero, cosa le piacesse fare, se ballare fosse solo un hobby o qualcosa di più. Si accorse di sorridere da solo e scosse la testa, quasi divertito da se stesso.
Intanto, dall’altra parte della città, anche Giovanna non riusciva a smettere di pensarci. Seduta sul letto, con il computer finalmente funzionante davanti a sé, continuava a ripensare alle sue mani, al suo profumo discreto, al modo in cui sorrideva senza dire nulla. Quel saluto veloce le era sembrato troppo breve, incompleto.
Quella sera, mentre il cielo si scuriva lentamente fuori dalla finestra, entrambi capirono la stessa cosa senza dirla ad alta voce: certi incontri non hanno bisogno di promesse. Restano lì, sospesi, pronti a tornare quando meno te lo aspetti.
E forse, molto presto, le loro strade si sarebbero incrociate di nuovo.


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