Una comunità disonestà

Questo racconto e di pura fantasia. 



 Marco aveva appena finito l’università. Una laurea in economia aziendale conquistata con sacrifici, notti insonni e la speranza concreta di costruirsi un futuro onesto. Quando lesse del concorso indetto dalla Comunità Sociale Spirituale di Tranto, non ebbe dubbi: era l’occasione giusta.

Tranto era un piccolo Comune, bello ma difficile. Un territorio dove la mafia non si vedeva sempre, ma si sentiva. Proprio per questo quella Comunità rappresentava, almeno sulla carta, un faro: aiutava i ragazzi a uscire dalla cattiva strada, offriva lavoro e formazione sulla legalità, e riceveva fondi pubblici e europei per portare avanti questi progetti.

Marco si disse: “Se voglio davvero fare la differenza, devo partire da qui.”

Il giorno del concorso arrivò con un misto di ansia ed entusiasmo. Entrò in una sala elegante, con quattro membri della commissione seduti dietro un lungo tavolo. L’atmosfera era strana, più fredda di quanto si aspettasse.

Prima di lui entrò un candidato. Dopo pochi minuti uscì, lo guardò, fece una smorfia e disse solo:
“Mah…”
E se ne andò scuotendo la testa.

Toccò a Marco.

Si sedette. Gli fecero alcune domande sulle sue esperienze, sul percorso universitario. Tutto sommato, rispose bene. Poi, all’improvviso, uno della commissione disse:
“Adesso facciamo lo scritto.”

Marco rimase perplesso. Il bando parlava chiaramente: prima orale, poi scritto solo se si superava il primo. Ma non disse nulla. Pensò fosse una variazione.

Lo accompagnarono in una stanza vuota. Dopo poco entrò un uomo: Francesco.

Gli appoggiò davanti un foglio.
“Dieci domande, esercizi. Hai dieci minuti.”

Marco iniziò subito. Le domande erano complesse, alcune persino fuori contesto. Dopo appena cinque minuti, però, Francesco tornò.

Senza dire nulla, gli tolse il foglio dalle mani.

“Tempo scaduto.”

Marco lo guardò, incredulo.
“Ma… sono passati solo cinque minuti…”

Francesco sorrise, un sorriso amaro, quasi divertito.
“Voi laureati non servite a un cazzo. Io ho il diploma e lavoro. Tu, con la laurea, non servi a niente.”

Poi guardò il foglio incompleto, lo strappò davanti a lui e ridacchiò:
“Non vali niente. Vattene.”

Quelle parole colpirono Marco più dello strappo. Non era solo umiliazione: era ingiustizia pura.

Uscì da quella stanza con un peso nello stomaco. Ma non si arrese. Scrisse al direttore nazionale della Comunità, spiegando tutto. La risposta arrivò fredda, distante:
“Le selezioni sono gestite a livello locale.”

In altre parole: non volevano sapere.

Allora Marco si presentò dal direttore locale. L’uomo sembrava sinceramente sorpreso. Disse di non sapere nulla. A quel punto, Marco volle affrontare direttamente Francesco.

Quando lo vide, capì subito.

Francesco iniziò a indietreggiare, poi a correre lungo il corridoio come se fosse inseguito. Andò a rifugiarsi dietro il direttore, quasi nascondendosi come un bambino colto sul fatto.

Balbettando, finì per ammettere. Il concorso era stato truccato. Doveva vincere una ragazza “già decisa”.

Tutto il resto era solo una farsa.

Marco provò rabbia, delusione, ma soprattutto impotenza. Non poteva denunciare facilmente ciò che era successo. Non aveva prove sufficienti, e sapeva che in un posto come Tranto certe cose si pagano.

Col tempo venne a sapere che Francesco continuava a vantarsi in giro: diceva di essere un uomo giusto, un esempio. Raccontava persino di aver sistemato sua figlia, laureata in cinema, come segretaria.

Marco allora capì davvero.

Quella Comunità parlava di legalità, organizzava progetti, incontri, finanziati con soldi pubblici. Ma dentro, l’illegalità non era un’eccezione: era la regola.

E in quel momento comprese una lezione amara ma fondamentale:
non basta parlare di giustizia per essere giusti.
E non basta un nome “nobile” per rendere onesto ciò che è marcio dentro.

Commenti

Post più popolari