La Gabbia d'oro. Undicesimo Capitolo. Un uomo per bene
L’infanzia di Giovanna era fatta di stanze grandi e silenzi sottili. La casa era luminosa, ordinata, sempre troppo perfetta. Angelica la chiamava una “casa piena d’amore”, e forse lo era davvero, ma Giovanna cresceva con la sensazione che mancasse qualcosa che nessuno sapeva nominare.
Aveva tutto ciò che una bambina poteva desiderare: libri, vestiti nuovi, giochi scelti con attenzione. Maurizio la accompagnava a scuola ogni mattina, le stringeva la mano davanti al cancello come se temesse che il mondo potesse portargliela via. Angelica le preparava merende curate, le faceva trecce perfette, le insegnava a stare composta.
Eppure Giovanna si sentiva sola.
Non una solitudine rumorosa, ma una presenza costante, educata, che sedeva accanto a lei come un’ombra. Non sapeva spiegare perché. Non aveva parole per dire quel peso leggero sul petto, quella sensazione di essere diversa anche quando nessuno glielo faceva notare.
A scuola osservava gli altri bambini parlare delle somiglianze con i genitori.
«Ho gli occhi di papà.»
«Io ho il naso della mamma.»
Giovanna sorrideva, ma dentro si chiudeva un po’ di più.
Maurizio e Angelica la amavano con una devozione quasi eccessiva. Ogni passo era controllato, ogni caduta prevenuta. Crescendo, Giovanna iniziò a sentire quell’amore come una protezione che stringeva troppo forte. Una carezza che non lasciava spazio.
La chiamava così, nel silenzio della sua stanza: la gabbia d’oro.
Era bella, lucente, costruita con le migliori intenzioni. Ma restava pur sempre una gabbia. Le decisioni erano prese per lei. I sogni corretti prima ancora di essere pronunciati. Ogni volta che provava a ribellarsi, riceveva sorrisi preoccupati.
«Lo facciamo per il tuo bene.»
Quelle parole diventavano le sbarre più solide.
La sera, Giovanna si sdraiava sul letto e fissava il soffitto. Immaginava di avere ali invisibili, grandi abbastanza da sfiorare i muri. Si chiedeva se da qualche parte, fuori da quella casa perfetta, ci fosse un luogo dove respirare senza sentirsi in colpa.
Non era infelice.
Ma nemmeno libera.
E senza saperlo, già allora, Giovanna stava imparando la cosa più difficile:
che a volte si può essere amati profondamente e sentirsi comunque prigionieri.


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