La gravidanza di Giovanna. Diciottesimo capitolo. Un uomo per bene


Giovanna chiuse il libro di Diritto privato con un sospiro lento. Aveva studiato per ore, le parole si erano fatte confuse, scivolavano una sull’altra senza più lasciare traccia. La casa era silenziosa, troppo. Quel silenzio le pesava addosso come una coperta umida.

Accese il computer quasi senza pensarci. Aveva bisogno di rumore, di una presenza anche finta. Cliccò su una playlist e lasciò partire De Palma. La musica riempì la stanza, ma non riuscì a colmare quel vuoto che si portava dentro da anni. Erano passati tre anni, eppure Antonio continuava a vivere in un angolo ostinato del suo cuore. Non come un ricordo sbiadito, ma come qualcosa che non aveva mai davvero avuto il coraggio di seppellire.

Prese il cellulare. Scrisse il suo nome. Poi una frase semplice: Come stai?
Rimase a guardarla per lunghi secondi. Il cuore accelerò, le mani tremarono. Poi cancellò tutto. Schermo nero. Silenzio di nuovo.

Per distrarsi iniziò a cercare musica nuova. Scorreva distrattamente titoli e nomi, finché uno la fece fermare: Ambra Lis. Una compaesana. La curiosità ebbe la meglio. Cliccò.

Partì una canzone. Bastarono poche frasi perché Giovanna sentisse lo stomaco chiudersi. Quelle parole parlavano di rinuncia, di amore lasciato andare per rispetto, di una libertà pagata con il dolore. Era una storia terribilmente familiare. Quando lesse il nome dell’autore del testo, il respiro le si fermò.

Antonio.

Rimase immobile, con le cuffie nelle orecchie, mentre la canzone scorreva fino all’ultima nota. In ogni verso riconosceva ciò che lui non le aveva mai detto ad alta voce. Capì, con una chiarezza che faceva male, che quel sentimento non era mai finito. Non per lui. Forse nemmeno per lei.

Ma era troppo tardi.

Giovanna abbassò lo sguardo e istintivamente portò una mano al ventre. Era fidanzata. Presto si sarebbe sposata. Aspettava un bambino da Filippo, un ragazzo della sua età, come aveva sempre desiderato suo padre. Filippo lavorava nei campi, un lavoro duro, che però non aveva mai reso felice Maurizio. Lui diceva che non era “abbastanza”, che Giovanna meritava di meglio. Le aveva promesso che gli avrebbe fatto avere un lavoro dignitoso, per toglierlo da quella terra che disprezzava, e soprattutto per dimostrare, ancora una volta, quanto fosse superiore a “quello scansafatiche di Antonio”.

Antonio. Lo stesso uomo che ora vedeva apparire in un’intervista, accanto ad Ambra, sullo schermo del computer. Parlava del testo, di un momento di crisi, di come scrivere lo avesse salvato. Giovanna fissava il suo volto: gli occhi erano ancora belli come li ricordava, il sorriso identico. Le sembrava quasi di sentire il suo profumo, come quel giorno lontano in cui si erano conosciuti.

Provò una fitta al cuore, mista a rispetto. Antonio avrebbe potuto distruggere tutto. Avrebbe potuto denunciarla a suo padre, raccontare le pressioni, le minacce, le umiliazioni. Non lo aveva fatto. Si era comportato in modo infinitamente più maturo di Maurizio. Più uomo. Più padre.

Maurizio, invece, continuava a pubblicare sui social frasi sulla maturità, sul rispetto dei figli, sulla libertà e sull’onestà. Parole vuote, maschere lucide dietro cui nascondeva tutto ciò che predicava agli altri ma che non aveva mai avuto il coraggio di praticare. Un ipocrita. Un padre incapace di amare senza controllare.

Giovanna spense il computer. Le lacrime le rigavano il viso, silenziose. Amava un uomo che aveva scelto di perderla per non ferirla, e stava costruendo una vita che non sentiva davvero sua.

Quella notte Giovanna non riuscì a dormire davvero. Si addormentò stremata, ma la mente rimase accesa, sospesa in un luogo fragile dove i sogni sembravano più reali della veglia. Vide Antonio. Non era un ricordo sbiadito: era lì, davanti a lei, con lo stesso sguardo intenso di sempre. Lo sentiva parlare, ascoltava le sue parole come se le stesse pronunciando davvero, con quella voce calma che riusciva sempre a farle sentire al sicuro.

Nel sogno lui non le chiedeva nulla. Le diceva solo la verità. Che l’aveva amata lasciandola andare. Che l’amore, quello vero, a volte fa più male a restare che a sparire. Giovanna si svegliò con il cuore che batteva forte e gli occhi pieni di lacrime. Non ce la faceva più a fingere che bastasse il silenzio.

Prese il cellulare.

Per un attimo esitò, poi scattò una foto alla sua pancia, ancora piccola ma già così presente. La inviò. Subito dopo scrisse, senza più cancellare:

Mi manchi. Più di quanto io possa spiegare.
Avrei voluto che fossi tu il padre.
Non lui. Mi attrae fisicamente, ma non mi prende la mente, non l’anima. Non come te.

Il respiro le tremava. Continuò:

Ho visto l’intervista. Ho ascoltato la canzone.
Scherzando… credo che dovrei chiederti i diritti d’autore. Parla di me più di quanto io stessa abbia mai saputo fare.

Premette “invia” e rimase immobile, come se il mondo si fosse fermato in quell’istante.

La risposta arrivò dopo pochi minuti, ma a lei sembrarono ore.

Antonio le scrisse di getto, senza protezioni.

Sto piangendo.
Ho sperato ogni giorno in una tua chiamata.
Io ti amo ancora. E ancora. Non ho mai smesso.

Poi, dopo una pausa:

Ma non me la sento di vivere un futuro accanto a un suocero arrogante e cattivo, che pensa solo alla ricchezza e al potere. Non voglio diventare come lui. Non voglio crescere un figlio sotto quell’ombra.

Quelle parole la colpirono come uno schiaffo e una carezza insieme. Giovanna chiuse gli occhi. Capì. Per la prima volta, capì davvero fino in fondo. Antonio non stava scappando dall’amore. Stava difendendo la propria dignità.

Le mani le tremavano mentre componeva il numero. Non voleva più scrivere. Doveva sentire la sua voce. Quando Antonio rispose, nessuno dei due parlò subito. C’era solo il respiro dall’altra parte della linea, lo stesso di sempre.

«Antonio…» sussurrò lei.

In quel momento, tutto ciò che avevano taciuto per anni trovò finalmente il coraggio di esistere. Anche se il futuro restava incerto, anche se le scelte erano ancora dolorose, Giovanna seppe una cosa con assoluta chiarezza:
alcuni legami non chiedono di essere posseduti.
Chiedono solo di essere riconosciuti.

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