Il confine dei sogni. Diciannovesimo capitolo. Un uomo per bene.

 


L’indomani mattina Giovanna si svegliò con una strana inquietudine addosso, come se il sogno della notte non si fosse mai davvero dissolto. Il cellulare vibrò sul comodino. Un messaggio. Era di Filippo.

Lo aprì senza sospettare nulla, poi sentì il sangue gelarsi.

Non voglio più celebrare il matrimonio.
Mia madre si è opposta. Dice che con tuo padre non potremmo vivere una vita serena. Il suo carattere rigido, il suo controllo… non ce la sentiamo.

Le parole le caddero addosso come pietre. Una fitta le attraversò il petto, improvvisa, violenta. Il cellulare le scivolò dalle mani e le cadde addosso, come se persino il corpo non riuscisse più a reggere il peso di quella realtà.

Maurizio.
Suo padre.
Il suo salvatore… e il suo incubo.

La storia si stava ripetendo. In modo crudele, quasi beffardo. Maurizio aveva rifiutato Antonio. Ora la madre di Filippo – come prima quella di Kevin, come tante altre prima ancora – rifiutava Maurizio. Non Giovanna. Non l’amore. Ma lui. Il suo modo di essere. Il suo dominio.

Il karma tornava sempre al punto di partenza.

Maurizio impazzì quando seppe tutto. Urlava, sbatteva porte, malediceva chiunque. Aveva appena trovato un nuovo lavoro, un posto “importante”, in un grande negozio, come commesso. Per lui era una vittoria, una prova di valore. Eppure non bastò. Se la prese con Filippo, con sua madre, con tutta la loro famiglia. Li mandò al diavolo, uno per uno. Arrivò persino a dire che quel bambino non lo avrebbe riconosciuto.

Giovanna lo guardava incredula, distrutta.

Ma perché? si chiedeva dentro di sé.
Che cosa c’è che non va in lui?
Lui è una brava persona… è un uomo per bene… o almeno lo è stato?

Il tempo andò avanti, perché la vita, anche quando fa male, non si ferma. Giovanna continuò a studiare. Si laureò. Con fatica, con coraggio, con notti passate a piangere in silenzio. Poi nacque suo figlio. Bellissimo. Lo chiamò Michele. Quando lo prese in braccio per la prima volta sentì un amore così puro da farle quasi paura.

Maurizio, invece, peggiorò.

Divenne più apprensivo, più possessivo di prima. Aveva paura. Paura che Antonio tornasse. Paura di perderla davvero. Lo detestava ossessivamente. Lo vedeva ovunque: in televisione, nei telegiornali, nelle interviste. Antonio stava avendo successo. Si era laureato in Economia. Presto sarebbe diventato insegnante, proprio come Giovanna.

Quella somiglianza lo faceva impazzire.

«Lui non sa niente!» gridava da solo in casa.
«È ignorante!»

Lo odiava. Un odio malato, rumoroso, disperato.

Quando lo incontrava per strada gli urlava contro, parole confuse, insulti senza senso. Poi scappava, come un uomo che teme persino la propria rabbia. Giovanna, una volta, assistette a quella scena. Rimase pietrificata. Non riconosceva più suo padre. E allo stesso tempo sì: era sempre stato così, solo che ora non riusciva più a nasconderlo.

Era sempre suo padre.
Ma era anche diventato il simbolo di tutto ciò che l’aveva ferita.

E mentre stringeva Michele a sé, Giovanna capì una verità dolorosa e inevitabile:
ci sono uomini che non perdono gli altri per cattiveria,
ma perché non sanno mantenere il controllo.


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