Un uomo senza talento
Nel cuore di una città sonnacchiosa e polverosa, dove il
sole del pomeriggio si infrangeva contro le persiane di legno delle vecchie
palazzine, sorgeva l'Istituto "San Michele". Un edificio di gusto
neoclassico, con un imponente portone in bronzo e un atrio lastricato di marmo
venato, che custodiva al suo interno l'odore secolare di carta, gesso e segrete
ambizioni. Era il regno di Nunzio Costantino, ragioniere dalla mano ferma e
dallo sguardo calcolatore, che da anni amministrava le finanze di quella scuola
privata con l'accuratezza di un orologiaio e l'animo di un politico di basso
rango.
Quel pomeriggio di settembre, l'aria era carica di un
torpore estivo che si rifiutava di andarsene. Nunzio era seduto dietro la sua
scrivania in noce scuro, un monumento all'ordine e al controllo, quando l'uscio
si aprì e un giovane uomo, con i capelli lunghi e un borsone a tracolla, fece
il suo ingresso. Il suo nome era Antonio, e portava con sé un'energia che
contrastava con la quiete stantia dell'ufficio.
"Buongiorno, ragioniere," esordì il ragazzo,
porgendogli una mano che Nunzio strinse con la punta delle dita, come si fa con
un oggetto di dubbia igiene. "Sono un fotografo. Ho un progetto per un
corso di fotografia sociale da tenere qui a scuola, per i ragazzi.
Un'opportunità per insegnare loro a guardare il mondo attraverso un altro
filtro, a catturare la bellezza nascosta e a esprimersi. Ho già redatto il
progetto e ho trovato un ente che lo finanzia. Mi serve solo il patrocinio
della scuola."
Mentre Antonio parlava, con gli occhi che brillavano di
passione, un lampo di riconoscimento attraversò la mente del ragioniere. Quella
voce, quel nome, quel modo di gesticolare mentre si parlava di arte... sì, lo
ricordava bene. Era il fotografo che aveva vinto il concorso indetto dalla
"Giornata dell'Arte" l'anno precedente. Un evento mondano, a cui
Nunzio aveva scortato la figlia Francesca, la sua adorata pupilla, una ragazza
di talento ma dalla volontà ancora acerba.
Nunzio lo ricordava con un sapore amaro in bocca. Lui,
Antonio, era salito sul palco a ritirare il primo premio, sotto gli occhi di
tutti, mentre sua figlia Francesca, con la sua fotografia di un vecchio
pescatore che aggiustava le reti, si era dovuta accontentare del secondo posto.
Un affronto imperdonabile. Che quel ragazzo, senza appoggi, senza una famiglia
dietro, senza una raccomandazione, potesse essere più bravo di sua figlia? Era
un'eresia. Era una follia.
Nunzio lo guardò, lasciando che un sorriso sottile e
malizioso, quasi impercettibile, gli increspasse le labbra. Prese il progetto,
spesso una trentina di pagine, e lo sfogliò con l'aria di chi esamina un
documento di poco conto.
"Un'idea molto... originale, Antonio," disse,
pronunciando il suo nome con una lentezza che sapeva di sfida. "Ma vede,
la scuola ha delle procedure. È un'istituzione, non un circolo culturale. Dovrò
parlarne con il direttore, Gianfranco. Ma temo che per quest'anno le risorse e
gli spazi siano già stati assegnati."
Licenziò il ragazzo con un cenno della mano, un gesto che
non ammetteva replica, e lo guardò allontanarsi, con il suo borsone e i suoi
sogni, nel corridoio semibuio. Appena la porta si chiuse, Nunzio si alzò con
un'agilità che la sua corporatura non lasciava presagire. Il sorriso si
allargò, rivelando i denti da roditore. Il piano era perfetto.
Attraversò il corridoio lastricato di piastrelle esagonali,
fino all'ufficio del direttore, un ambiente più ampio, con una finestra che si
affacciava sul cortile interno. Gianfranco, un uomo grassoccio e compiacente,
era intento a bere un caffè.
"Nunzio, che vento ti porta?" chiese il direttore,
con la voce untuosa di chi deve tutto al suo ragioniere. Nunzio posò il
progetto sulla scrivania, accanto alla tazzina. "Un ragazzo, un fotografo,
vuole fare un corso. Ti assicuro, Gianfranco, che è una perdita di tempo.
Un'idea ingenua, senza spessore. Non è il tipo di immagine che vogliamo dare
per la nostra scuola."
"No," rispose Nunzio, con un lampo negli occhi.
"Non cestinarlo. Dammelo. Ho un'idea migliore."
Tornato nel suo ufficio, Nunzio si chiuse a chiave. Prese il
progetto di Antonio e, con la precisione di un chirurgo, lo aprì. Con una
calligrafia minuta e precisa, ne trascrisse le linee guida, gli obiettivi, le
metodologie. Cambiò qualche parola, aggiunse un titolo più altisonante e, dove
Antonio aveva scritto "per i ragazzi," lui scrisse "per la
formazione della nuova élite culturale." Poi, sollevò il ricevitore del
telefono e compose il numero di casa.
"Francesca, tesoro, sono papà. Ho un'occasione
imperdibile per te. Un progetto di fotografia, un corso tutto tuo. Io ho già
parlato con il direttore, è tutto apposto. Devi solo venire a ritirare le
carte. È il tuo momento, piccola. Devi dimostrare a tutti chi sei
veramente."
La voce di Francesca, dall'altro capo del filo, era incerta.
"Ma, papà, non so se sono pronta..."
"Sciocchezze," la interruppe Nunzio. "Nella
vita, tesoro mia, non si aspetta che le occasioni bussino. Si aprono le porte,
con la forza, se necessario. La raccomandazione, la conoscenza giusta, la
parola detta al momento giusto... questo è il vero talento. Questo ragazzo,
Antonio, lo ha imparato a sue spese. Ora imparerà che senza l'appoggio di chi
conta, senza leccare il culo giusto, non si va da nessuna parte. Nemmeno con la
macchina fotografica più costosa del mondo."
Mentre rileggeva il progetto che ora portava il nome di sua
figlia, Nunzio Costantino si sentì il re di quel piccolo regno polveroso.
Fuori, il sole cominciava a tramontare, tingendo il marmo dell'atrio di un
colore rosso acceso, simile al sangue. Per Nunzio, era il colore della
vittoria. Quella piccola, meschina, perfetta vittoria di un uomo che aveva
imparato che la giustizia e il talento erano solo parole, mentre il potere era
l'unica realtà. E lui, leccando le giuste scarpe, quel potere lo deteneva.


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