Il potere oscuro di Nunzio

 


L'indomani, Nunzio rientrò a casa con il passo leggero di chi ha appena concluso un affare. La sua abitazione, un ampio appartamento al terzo piano di un palazzo signorile, era arredata con quel gusto pomposo che cerca di imitare l'eleganza senza possederla. Quadri di paesaggi anonimi, mobili in stile Luigi Filippo, e un lampadario di cristallo che raccoglieva la polvere come un'antologia di giorni dimenticati.

Francesca lo aspettava in salotto, seduta sul bordo di una poltrona di velluto bordeaux, con le mani strette intorno a una tazza di tè ormai freddo. Era una ragazza dai lineamenti delicati, con occhi grandi e inquieti che tradivano un'anima ancora in cerca della propria strada. Aveva ereditato dal padre l'ambizione, ma non la spregiudicatezza.

"Papà, non sono sicura di poterlo fare," mormorò, sollevando lo sguardo verso di lui. "Il progetto di Antonio... è così completo, così pensato. Io non ho la sua esperienza."

Nunzio si sedette accanto a lei, appoggiando una mano sul suo ginocchio con un gesto che voleva essere paterno ma sapeva di possesso. "Tesoro mio, ascoltami bene," disse, con la voce bassa e untuosa. "Quel progetto non è di Antonio. È di chi sa presentarlo. È di chi ha le conoscenze giuste. Tu hai me. Io ho il direttore. Il direttore ha il consiglio d'istituto. E il consiglio d'istituto ha gli assessori. Vedi? È una catena, e tu sei all'ultimo anello, ma sei protetta. Nessuno ti chiederà se le idee sono tue. Ti chiederanno se sei brava a gestirle. E tu lo sei, perché sei mia figlia."

Francesca abbassò lo sguardo. "Ma è giusto?"

Nunzio sospirò, un sospiro carico di pazienza che sapeva di rimprovero. "La giustizia, piccola mia, è un'invenzione dei deboli. I forti creano le loro opportunità. Antonio ha avuto la sua occasione con quel concorso. L'ha vinta, e tu sei arrivata seconda. Ora è il tuo turno. La ruota gira, e chi non la spinge viene schiacciato. Vuoi essere schiacciata?"

Scosse la testa, lentamente. "No."

"Allora domani andrai a scuola, presenterai il progetto e inizierai il corso. E a nessuno, ma proprio a nessuno, verrà in mente di chiederti come ci sei riuscita. Perché qui si parla di merito, e il merito, tesoro, è ciò che io dico che è."

Passò un anno. Un anno di lezioni di fotografia tenute da Francesca, che con il tempo aveva imparato a muoversi tra gli studenti con una sicurezza che non le apparteneva del tutto. Il progetto era stato un successo: i ragazzi avevano realizzato una mostra intitolata "Sguardi", e la scuola ne aveva tratto lustro. I genitori plaudivano, i giornali locali avevano dedicato un trafiletto, e Nunzio si era pavoneggiato nei corridoi come un pavone in un pollaio.

Quel pomeriggio di primavera, la scuola organizzava la recita annuale. Il palco era stato allestito nel cortile interno, adornato con tende di raso bianco e luci soffuse. I genitori sedevano su sedie di plastica bianca, sorseggiando spumante e scambiandosi complimenti. Nunzio era in prima fila, accanto al direttore Gianfranco, con indosso un abito scuro e un sorriso compiaciuto.

Sul palco, Francesca teneva un discorso di ringraziamento. La sua voce era ferma, e Nunzio sentiva il petto gonfiarsi d'orgoglio. Poi, tra il pubblico, notò una figura che gli fece serrare la mascella. Antonio. Era lì, con la sua macchina fotografica a tracolla, intento a immortalare la scena. Era stato ingaggiato per documentare la recita, probabilmente da qualche genitore che lo conosceva.

Nunzio lo osservò con occhi di ghiaccio mentre il ragazzo si muoveva tra le file, scattando fotografie con quell'aria serena che lo faceva apparire fuori posto, come un pittore in una stanza di contabili. Quando Francesca terminò il suo discorso, ricevette un applauso fragoroso. Alcuni insegnanti si avvicinarono per stringerle la mano, complimentandosi per il progetto. "Meraviglioso," dicevano. "Un'idea geniale. Chissà come ti è venuta in mente."

Nunzio si alzò, pronto a godersi il trionfo, quando Antonio gli si parò davanti. Il ragazzo aveva lo sguardo fisso, e la sua voce, quando parlò, era bassa ma tagliente come una lama.

"Bravo, ragioniere," disse, con un sorriso che non arrivava agli occhi. "Lei è un maestro. Ha trasformato mio progetto nel progetto di sua figlia. Ma sa una cosa? La fotografia non mente. Io ho ancora le bozze originali del progetto. Le ho datate e firmate. E ho una copia della mail che inviai a lei e al direttore un anno fa. Non so cosa farne, ma so che un giorno, quando meno se lo aspetta, potrebbe tornarmi utile. O forse no. Forse la lascerò marcire nel cassetto, come lei ha fatto marcire la mia speranza. Ma non si preoccupi: io continuerò a fare il mio mestiere. Lei continui a fare il suo."

Nunzio aprì la bocca per rispondere, ma Antonio si era già girato, infilandosi tra la folla con l'agilità di un gatto. Scomparve oltre il portone, lasciando il ragioniere con le mani tremanti e un nodo allo stomaco che non era solo rabbia.

Quella sera, Nunzio era una furia. La riunione di partito si teneva nella sede municipale, una sala grigia e anonima con un tavolo di plastica e sedie impilate negli angoli. L'aria era densa di fumo e di parole vuote. Attorno a lui, i suoi compagni di partito, uomini e donne dal viso segnato dagli anni e dalle compromissioni, ascoltavano il suo sfogo con aria annoiata.

"Nessuno," tuonò Nunzio, battendo il pugno sul tavolo, "nessuno deve permettere a quel fotografo di andare avanti. Lo voglio fuori da ogni concorso comunale. Fuori dal servizio civile. Fuori da qualsiasi occasione che possa dargli visibilità. Capite? È una questione di principio!"

Un uomo grassoccio, con gli occhiali da avvocato e la cravatta allentata, alzò un sopracciglio. "Ma Nunzio, che ti ha fatto?"

"Mi ha mancato di rispetto!" gridò Nunzio, con la voce che si incrinava. "Ha osato rimproverarmi. A me! Come se fosse lui a dettare le regole. Ma chi si crede di essere? Un fotografo da quattro soldi che va in giro con la sua macchinetta a fare il moralista. Io ho costruito una carriera, ho messo da parte soldi, ho fatto carriera leccando il culo giusto, e lui viene a darmi lezioni? No. Non lo permetterò."

Si voltò verso il segretario di sezione, un ometto calvo e servile. "Tu, Mario, sei in commissione cultura. Vedi che il suo nome non appaia in nessuna graduatoria. E tu, Alberto, sei in commissione servizi sociali. Il servizio civile è roba tua. Basta una firma, una raccomandazione. Dite che non ha i requisiti. Che è un rischio. Inventate qualcosa. L'importante è che non vinca. Non deve vincere niente. Mai più."

I presenti scambiarono sguardi di intesa. Nessuno osò opporsi. Sapevano che Nunzio aveva il coltello dalla parte del manico: aveva favori da chiedere e favori da restituire. Era il sistema. Era la loro aria che respiravano.

"Ma Nunzio," azzardò uno dei più giovani, con un filo di coraggio, "non è un po' eccessivo? Il ragazzo ha solo protestato. Non ha fatto niente di male."

Nunzio si girò di scatto, con gli occhi che mandavano fiamme. "Eccessivo? Tu chiami eccessivo difendere la propria famiglia? Quello ha umiliato mia figlia. Ha cercato di rubarle il merito. E io, da padre, ho il dovere di proteggerla. Così come voi avete il dovere di proteggere i vostri figli, le vostre carriere, i vostri interessi. Perché se uno come lui, senza raccomandazione, senza agganci, senza niente, può permettersi di alzare la testa, allora cosa resta a noi? Siamo noi il potere. E il potere si difende. Con le unghie. Con i denti. Con qualsiasi mezzo."

La sala cadde in un silenzio pesante. Nessuno parlò più. Nunzio si sedette, aggiustandosi il colletto della camicia, e prese un sorso d'acqua. Il suo respiro si calmò lentamente, mentre gli altri annuivano, uno dopo l'altro, come burattini mossi dallo stesso filo.

Fuori, la notte era scesa sulla città, avvolgendo i palazzi e le strade in un mantello scuro. Nel silenzio della sala, Nunzio sentì il peso della propria vittoria. Ma nel profondo, un pensiero inquietante continuava a torturarlo: Antonio aveva detto di avere le prove. Le bozze originali. Le mail. E se un giorno qualcuno le avesse trovate? Scosse la testa, scacciando il pensiero. No. Lui era Nunzio Costantino. Lui era il potere. E il potere, alla fine, vince sempre.

Ma mentre usciva dalla sede, sotto il lampione che tremolava al vento, per un istante gli parve di vedere, riflessa in una pozzanghera, l'ombra di Antonio con la sua macchina fotografica. Sfregò gli occhi, e l'ombra scomparve. Ma il gelo che gli corse lungo la schiena non se ne andò.

Commenti

Post più popolari