Nel nome della violenza. Il Cavallo a dondolo


Roberto era al centro commerciale con sua moglie in un sabato pomeriggio che sembrava infinito. Lei guardava vetrine di scarpe, lui camminava trascinando i piedi con un caffè ormai freddo in mano e lo sguardo perso tra saldi, passeggini e bambini che correvano ovunque.

«Cinque minuti e andiamo», aveva detto lei quaranta minuti prima.

Quando finalmente uscirono verso il lungomare, Roberto respirò come uno che fosse appena scappato da una riunione durata troppo. L’aria di mare gli entrò nei polmoni. Si fermò a guardare il via vai della piazza… e rimase immobile.

Davanti all’area giochi per bambini, circondato da risate e telefoni puntati come fosse una celebrità locale, c’era Calogero.

Sessantacinque anni, un metro e settanta scarso, pelle chiara, capelli bianchi pettinati all’indietro con precisione quasi teatrale. Addosso una camicia sbottonata troppo in basso, pantaloni di lino beige e scarpe lucide da matrimonio.

Era seduto sopra un cavallo a dondolo elettrico per bambini.

Un cavallo di plastica bianco con la sella rossa che andava avanti e indietro al suono di una musichetta metallica che ripeteva sempre le stesse tre note.

E Calogero galoppava.

Serissimo.

Con le mani strette alle maniglie e il busto che oscillava avanti e indietro come se stesse guidando una carica di cavalleria.

Accanto a lui sua moglie, più giovane di dieci anni, lo filmava col cellulare ridendo così forte da non riuscire quasi a tenerlo fermo. Dietro di lei due amici di Calogero piegati in due dalle risate lo incitavano.

«Vai Calò! Portaci a conquistare il paese!»

«Più veloce!»

Calogero alzò un dito in aria senza smettere di dondolare.

«Il rispetto prima di tutto.»

Il cavallo emise un nitrito elettronico.

Roberto lo fissava incredulo.

Gli sembrava impossibile riconciliare quella scena con l’uomo che per anni aveva visto passeggiare in piazza col petto gonfio, passo lento, sguardo laterale da film criminale visto troppe volte.

Un uomo che da giovane aveva deciso che non avrebbe mai lavorato davvero perché si era convinto che la vita vera fosse quella dei boss del cinema: rispetto, paura, tavolate infinite e gente che si spostava al suo passaggio.

Aveva perfino sposato la figlia di Don Salvatore — uno che in paese chiamavano ancora “don” abbassando la voce — convinto che quello fosse il suo ingresso ufficiale nella leggenda.

Peccato che la leggenda non fosse mai arrivata.

Era arrivata invece una pensione di invalidità.

E una lunga vita passata tra bar, piazze e ristoranti.

Calogero era famoso per lo stesso rituale.

Entrava.
Si sedeva.
Ordinava il meglio.

Crudi di pesce.
Aragosta.
Grigliata mista.
Vino buono.
Dolce.

Poi, a conto arrivato, si puliva la bocca col tovagliolo, si appoggiava allo schienale e diceva:

«Non mi è piaciuto.»

Il cameriere restava fermo.

«Il pesce non era fresco.»

«Signore, veramente—»

«E comunque io non pago.»

Silenzio.

Poi lui aggiungeva, abbassando la voce come se dovesse rivelare un segreto di Stato:

«Io sono un delinquente.»

A quel punto gli amici intorno ridevano.

Il ristoratore sospirava.

E uno degli amici, senza neanche guardarlo, tirava fuori il portafoglio e pagava tutto.

Sempre.

Come se fosse una tassa folkloristica.

Intanto, davanti all’area giochi, il cavallo rallentò.

Calogero scese con la dignità di un generale che smonta da un destriero dopo la battaglia.

Si sistemò la camicia.

Guardò intorno con aria solenne.

«Bel motore.»

Uno degli amici quasi cadde per terra dalle risate.

Sua moglie continuava a riprenderlo col telefono.

Roberto sentì la propria moglie tirargli il braccio.

«Hai visto?»

«Sto cercando di capire se è successo davvero.»

Calogero si accese una sigaretta.

Fece due passi nella piazza con l’andatura larga e studiata che gli era sempre piaciuta.

Per un attimo tornò quello di sempre: il mento alto, le mani dietro la schiena, lo sguardo duro.

Poi il cavallo a dondolo, senza nessuno sopra, si riattivò da solo perché qualcuno aveva infilato una moneta.

Ripartì con la musichetta.

Calogero si girò di scatto.

Il cavallo cominciò a galoppare da solo nel vuoto.

Gli amici scoppiarono a ridere.

Sua moglie gli puntò di nuovo il cellulare addosso.

«Calò, ti chiama il cavallo!»

Lui lo guardò serio per qualche secondo.

Poi fece un tiro lungo di sigaretta.

«Ha capito chi comanda.»

Roberto restò lì immobile.

Guardando quell’uomo che per anni aveva recitato la parte del boss di quartiere, padre di un figlio medico sempre pronto ad alzare la voce e i toni, padrone di niente e di nessuno… adesso in piedi davanti a un cavallo elettrico per bambini che nitrisce nel vento del lungomare mentre gli amici lo prendono in giro e la moglie lo filma come fosse una star.

E gli venne da ridere.

Una risata quasi amara.

Perché certe volte la realtà non ha bisogno di essere inventata.

Fa tutto da sola.

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