Nel nome della violenza. Un ragazzo problematico.


Luca non riusciva a togliersi Roberto dalla testa.

Da quando quell’uomo era andato a denunciarlo dopo la lite per il parcheggio, viveva come divorato da un fuoco continuo. Nella sua mente non era lui ad aver sbagliato. No. Era Roberto il problema. Roberto che aveva “esagerato”. Roberto che voleva rovinargli la vita.

Ogni volta che ci pensava, sentiva il sangue ribollire.

Camminava nervoso per casa, fumava troppo, beveva ancora di più. Passava le giornate tra bar, sala giochi e compagnie sbagliate, spendendo soldi che avrebbe dovuto mettere da parte per il matrimonio con Sofia. Ma a Luca non importava davvero del futuro. Tanto c’erano i suoi genitori a sistemare tutto, come avevano sempre fatto.

Sua madre Francesca lo guardava con orgoglio cieco.
Diceva sempre che suo figlio era identico al nonno: stesso carattere duro, stesso temperamento feroce, stesso modo di imporsi sugli altri. Per lei quella rabbia era forza. Non vedeva il veleno che ormai stava crescendo dentro Luca.

Sofia invece lo ascoltava e basta.
Quando lui raccontava la sua versione, lei finiva sempre per arrabbiarsi contro Roberto.

— Vuole mandarti in carcere… quello è pazzo… — diceva stringendo i denti.

L’amore l’aveva resa cieca. Non riusciva più a distinguere l’uomo fragile che amava dal ragazzo violento che aveva davanti.

Ma Luca continuava a pensare solo a Roberto.

Un pomeriggio lo vide.

Stava guidando senza meta, nervoso come sempre, quando lo riconobbe in lontananza. Roberto era a piedi, lungo una strada in discesa. Camminava tranquillo, ignaro di tutto.

In quell’istante qualcosa si spezzò.

La rabbia prese il sopravvento.

Le mani di Luca si strinsero sul volante. Il respiro diventò pesante. Sentiva solo odio.

— Adesso basta… — sibilò tra i denti.

Premette l’acceleratore.

La macchina scattò in avanti. Sempre più veloce.

Nella sua testa non c’era più lucidità. Vedeva Roberto come un insetto da schiacciare, colpevole di aver osato denunciarlo. Il motore ruggiva mentre lui accelerava ancora, furibondo, accecato dalla rabbia.

Roberto si voltò all’ultimo secondo.

Vide l’auto arrivargli addosso.

Con un movimento disperato si scansò appena in tempo.

Luca sterzò troppo tardi.

Le gomme stridettero violentemente sull’asfalto e l’auto andò fuori controllo, schiantandosi contro un muro con un boato secco.

Per qualche secondo ci fu solo silenzio.

Luca uscì dalla macchina tremando di rabbia. Non per lo schianto. Non per la paura. Era furioso perché non era riuscito a ottenere ciò che voleva.

Corse via.

Corse più veloce possibile, come un animale impazzito.

Rientrò a casa solo verso sera, sudato e sconvolto. Ma poco dopo arrivò la chiamata delle forze dell’ordine. Poi un’altra. E un’altra ancora.

Ogni volta che sentiva il telefono squillare diventava paonazzo. Le vene del collo si gonfiavano. La rabbia cresceva sempre di più dentro di lui.

Non accettava conseguenze. Non accettava colpe.

Passarono i giorni.

Una sera Luca si trovava davanti allo studio del suo avvocato, ormai diventato la sua seconda casa. Fissava il vuoto con odio crescente, quando vide Roberto seduto fuori da un bar estivo, intento a parlare tranquillamente con un amico.

Bastò quello.

Il rancore riesplose immediatamente.

Il sangue iniziò a ribollirgli nelle vene. Respirava forte. Tremava.

— Mi vuole rovinare… quel pazzo mi vuole rovinare… — mormorava.

Poi, all’improvviso, iniziò a prendere a pugni il muro davanti a lui.

Uno.
Due.
Tre colpi.

Sempre più forte.

Sembrava fuori controllo.

Roberto si accorse della scena e rimase immobile a guardarlo. In quel momento capì davvero chi aveva davanti: non un uomo perseguitato, non una vittima… ma un ragazzo profondamente problematico, divorato dalla rabbia.

Luca alzò lo sguardo e si rese conto di essere osservato.

Provò vergogna.

Poi vide in lontananza una pattuglia delle forze dell’ordine passare lungo la strada.

Il panico prese il posto della rabbia.

E senza dire nulla, scappò via.

Luca l’indomani si svegliò con ancora addosso quella rabbia velenosa.
Non riusciva ad accettare l’idea che Roberto potesse parlare, raccontare ciò che era successo, essere ascoltato.

Nella sua testa doveva distruggerlo prima.

Così iniziò a spargere voci.

Nei bar raccontava che Roberto era un bugiardo, uno che esagerava tutto, uno “malato di denunce”. Diceva che si inventava le cose per fare la vittima, che voleva rovinargli la vita senza motivo.

— Quello è pazzo… cerca solo problemi… — ripeteva continuamente.

Più parlava, più sembrava convincere sé stesso.

Cercava gli amici comuni, parlava con chiunque fosse disposto ad ascoltarlo. Voleva che Roberto diventasse poco credibile agli occhi degli altri. Nessuno, secondo lui, doveva credere alle “menzogne” che raccontava.

Ma dietro quelle parole non c’era sicurezza.

C’era paura.

La paura che qualcuno iniziasse davvero a vedere chi fosse Luca.

E infatti, lentamente, alcune persone iniziarono a notare qualcosa. Ogni volta che nominava Roberto, Luca cambiava espressione. Diventava teso, aggressivo, incontrollabile. Bastava una frase per farlo esplodere.

La sua ossessione ormai era evidente.

Roberto invece cercava di stare lontano da lui. Ma dentro di sé iniziava a capire una cosa inquietante: Luca non era semplicemente arrabbiato. Era consumato dal rancore.

E il rancore, quando cresce senza limiti, finisce per divorare tutto.

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