Il poeta politico di Carmelo Lo Stimolo

 


Nato nel 1816 da Giuseppe e Agata Janni, esponenti di un'agiata famiglia che ne sostennero la formazione universitaria a Palermo, Carmelo Lostimolo affiancò agli studi medici una spiccata inclinazione per la poesia e il canto lirico, esibendosi come tenore al Teatro Bellini al fianco di illustri interpreti quali Carolina Ungher, una delle più celebri cantanti liriche (contralto e mezzosoprano) dell'Ottocento, passata alla storia della musica non solo per le sue straordinarie doti vocali e drammatiche, ma anche per un iconico legame con Ludwig van Beethoven. 

Carolina Ungher


Conclusi gli studi e rientrato a Riesi, contrasse matrimonio con la ricca ereditiera Maria Catena Correnti Calafato, consolidando la propria posizione di proprietario terriero e maturando un'iniziale avversione politica verso la fazione liberale dei Pasqualino, in virtù della parentela con il Commendatore G. Correnti.

 Poeta estemporaneo dall'indole faceta e umoristica, diede alle stampe a Catania nel 1886 una silloge in cui spicca un'arguta ottava composta esclusivamente da avverbi, intitolata “Per le elezioni tomaie a vuoto” e dedicata alle accese dinamiche elettorali locali

 («Dunque, perciò, sicchè, così, talora, / Perché, quantunque, nondimeno, intanto, / Imperocché, giacchè, come talora, / Qualora, fintantoché, fuori che, frattanto, / Ciò, conciosiacché, benché, pertanto, / Di guisa che, anche, per ora, / Onde, di modo che: dov’è cotanto?»). La sua produzione letteraria spaziava tuttavia dalle liriche morali sulla caducità dell'esistenza («Oh! Come fugge il tempo e vola e passa! / Come si spegne sfavillando il lampo! / Così la vita mia corre e trapassa / L’ore, i minuti, percorrendo il campo. / Miete la morte ogni etade e lassa / Senz’appello, o timore, indugio o scampo. / Distruggendo il Creato in parte e in massa, / Mondo maifatto: Ah! Che di rabbia avvampo!!») 

a severe invettive di critica sociale, come il sonetto in cui definisce la propria città, Riesi (soprannominata Altariva), 

«vile e indegna, che Gesù Cristo maledisse, madre di odio e di rancori: senza Religione, ma infamia in usura», per poi concludere con l'amaro interrogativo «E non son queste d’Altariva le mura?», senza tralasciare l'uso del vernacolo siciliano per esprimere intimi rammarici personali, come nei versi conclusivi del "lagno" della sua vita («Mi putia truvari senza sclatu / Quannu lassavu lu cantu d’allura»).

 Si spegne nel 1893 all'età di 77 anni, lasciò un'importante eredità civile ai propri figli, tra i quali si distinsero l'avvocato e oratore Rosario e il notaio Luigi.

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